Rapporto esplicativo

Consultazione 2009/119: Programma di consolidamento 2011-2013 (PCon 11/13) e rapporto sul piano die attuazione della verifica dei compiti · 176 pagine

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struttura progressiva delle tariffe fiscali determina nel caso di una crescita nominale dei redditi un incremento sopraproporzionale delle entrate fiscali. Stime empiriche valutano nell’1,4 il fattore di elasticità a lungo termine. In futuro (a contare dal 2011) la compensazione della progressione a freddo sarà tuttavia effettuata ogni anno. Ne consegue che la reazione di queste entrate fiscali all’aumento dell’inflazione sarà sensibilmente minore: a lungo termine poi l’inflazione non determinerà più una progressione delle tariffe fiscali, ragione per cui l’elasticità si riduce a 1.

Anche in ambito di imposta sull’utile delle imprese e di imposta sul valore aggiunto esiste un nesso tra inflazione ed entrate. L’imposta federale diretta delle persone giuridiche si basa su una tariffa fiscale proporzionale che viene applicata all’utile delle imprese. L’evoluzione di questo genere di entrate dipende a priori dalla reazione degli utili delle imprese a un incremento dell’inflazione. Nel caso di un’inflazione indotta dai costi – ossia un’inflazione nel cui ambito la maggior parte delle imprese non può ripercuotere integralmente l’aumento dei costi sulla clientela

– le entrate dovrebbero diminuire, perlomeno in termini reali, mentre nel caso di un’inflazione consecutiva alla domanda gli utili imponibili e quindi le entrate dovrebbero aumentare in maniera sopraproporzionale. Se è vero che dal profilo empirico non può essere dimostrato alcun nesso significativo tra le entrate dell’imposta federale diretta delle persone giuridiche e l’evoluzione dell’inflazione, a mente delle considerazioni concettuali già evocate una reazione proporzionale di queste entrate sul lungo termine appare senz’altro plausibile. Nell’ipotesi di un rincaro uniforme in tutti i settori economici anche le entrate dell’imposta sul valore aggiunto dovrebbero reagire sul lungo termine all’evoluzione dell’inflazione con un fattore di elasticità pari a 1: se la creazione imponibile di valore aggiunto aumenta in seguito a un incremento generale del livello dei prezzi, le entrate aumentano in misura relativamente uguale a causa della tariffa fiscale proporzionale.

La situazione è diversa nel caso dei generi di imposta che la Confederazione riscuote non in base ai prezzi, bensì in base alle quantità, ad esempio per chilo, litro o pezzo. Rientrano nell’ambito di questi generi di entrate dipendenti dalle quantità l’imposta sugli oli minerali, l’imposta sul tabacco, i dazi di importazione e le tasse sul traffico, che contribuiscono fino al 20 per cento alle entrate totali. In queste categorie di entrate gli aumenti di prezzo non hanno un influsso diretto sulle entrate fiscali.

All’atto della preventivazione e della pianificazione finanziaria delle entrate si tiene conto implicitamente di previsioni di inflazione di volta in vota attuali. Sono in particolare determinanti ai fini della stima delle entrate l’evoluzione prospettata del prodotto interno lordo nominale e dei redditi nominali. Le variazioni dei deflatori corrispondenti provocano pertanto correzioni continue delle stime delle entrate. Nel solo caso dei generi di imposta dipendenti dalle quantità, come ad esempio l’imposta preventiva – dove si iscrive a preventivo un valore medio a lungo termine – non si tiene conto della componente di prezzo. Diversamente dalla maggior parte delle componenti di uscita l’evoluzione dell’inflazione si avverte soltanto con un ritardo nel tempo per quanto riguarda le entrate. L’effetto ritardato nel tempo dell’inflazione