Rapporto esplicativo
Consultazione 2013/94: Passaggio dal sistema di promozione a un sistema di incentivazione / Varianti per un sistema di incentivazione nel settore dell'energia · 162 pagine
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2.2.2 Ripercussioni economiche
Considerato che la tassa sul CO2 sui vettori energetici fossili è stata introdotta soltanto nel 2008, e data l’aliquota esigua d’imposta applicata fino al 2010, non è ancora possibile formulare ipotesi consolidate sull’impatto economico della tassa e dell’esenzione in quanto deroga. Le indagini disponibili sui modelli climatici ed energetici (modellizzazioni macroeconomiche di Ecoplan) attribuiscono agli strumenti della politica climatica un lieve impatto negativo sul PIL e sul benessere. Secondo le previsioni, tuttavia, il benessere può risultare lievemente più elevato se si include nel calcolo l’utilità della tassa, precisamente le esternalità evitate (riscaldamento climatico).
L’impatto macroeconomico dell’esenzione di determinate imprese dalla tassa sul CO2 non è stato esaminato. Si deve comunque attendere che il fatto di evitare bruschi assestamenti strutturali, legati all’introduzione di nuove tasse e del SSQE, sia un fattore positivo, poiché consente di evitare ammortamenti straordinari di impianti e licenziamenti di manodopera.
Circa un terzo del gettito della tassa è a destinazione vincolata (Programma Edifici per la promozione del risanamento energetico e delle energie rinnovabili, Fondo di tecnologia) e quindi non può essere ridistribuito alla popolazione e all’economia. Questo aspetto risulta problematico per ragioni di politica di regolamentazione e di politica finanziaria. I vincoli posti alla destinazione delle entrate restringono il margine di manovra per la definizione delle priorità della politica finanziaria, ostacolano la ripartizione efficiente delle risorse pubbliche e quindi riducono l’efficienza dello Stato. Il finanziamento delle misure di promozione dovrebbe pertanto avvenire nell’ambito del preventivo ordinario dello Stato.
Una norma derogatoria permanente (esenzione dalla tassa) riduce l’efficacia degli strumenti della politica climatica nazionale. Se gli obblighi di riduzione sono insufficientemente ambiziosi, la riduzione deve essere prestata a costi marginali più elevati dalle altre imprese o dalle economie domestiche private, con il conseguente aumento dei costi economici della politica climatica.
Secondo le stime della SECO gli obblighi di riduzione che devono essere assunti come contropartita delle deroghe concesse compensano soltanto in parte gli svantaggi dell’esenzione dalla tassa, poiché le imprese sono obbligate a realizzare solo le riduzioni redditizie dal punto di vista aziendale e l’informazione è asimmetrica. Tuttavia, dal punto di vista statico gli obblighi di riduzione delle emissioni possono avere un impatto positivo, se portano sistematicamente alla scoperta di potenziali di riduzione redditizi. L’incremento di efficienza potrebbe compensare abbondantemente i costi amministrativi della convenzione sugli obiettivi.
Dal punto di vista dinamico, tuttavia, in un sistema duraturo di norme derogatorie e obblighi di riduzione occorre attendersi il manifestarsi di ripercussioni indesiderate dal punto di vista economico, che mantengono inalterata la struttura. Grazie alla definizione di percorsi di riduzione specifici per le singole aziende, le imprese inefficienti possono evitare adeguamenti efficienti per tutta l’economia (vedi Ecoplan/EBH151).
151 Volkswirtschaftliche Massnahmenanalyse zur Energiestrategie 2050 (Analisi economica delle misure relative alla Strategia energetica 2050, disponibile solo in tedesco), su incarico della SECO (la versione definitiva non è ancora disponibile).