Rapporto sui risultati
Consultazione 2022/63: Revisione della legge federale sulla cartella informatizzata del paziente: finanziamento transitorio e consenso (incl. diritto esecutivo) · 69 pagine
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Rapporto sui risultati della procedura di consultazione sulla revisione della LCIP (finanziamento transitorio e consenso)
Secondo DVSP, l’esperienza pratica mostra che l’interoperabilità tra diverse comunità (di riferimento) non è garantita, cosa che rappresenta una complicazione inutile. La Confederazione dovrebbe dunque prevedere le misure necessarie per assicurarla.
USS ritiene importante «valutare se in futuro i compiti attualmente svolti dalle comunità e dalle comunità di riferimento nel quadro della gestione di diritto privato della CIP dovranno essere considerati compiti di diritto pubblico». (rapporto esplicativo, pag. 17). Anche la Posta prende atto di questa affermazione. USS cita come esempio le cartelle informatizzate del paziente di Estonia e Finlandia, che funzionano molto bene da anni e che sono ormai diventate un elemento imprescindibile dell’assistenza sanitaria, e ritiene che un sistema come questo richieda ovviamente un approccio centralizzato, controllato interamente dal settore pubblico. In Svizzera, invece, il federalismo da un lato e l’ideologia di mercato dall’altro – o piuttosto la già citata gestione di diritto privato da parte di comunità di riferimento in concorrenza fra loro – hanno finora ostacolato il processo.
SKS riporta che, secondo l’UFSP, a sei anni dall’introduzione della legge, sono state aperte solo 20 000 cartelle: un numero irrisorio rispetto alla popolazione totale. Questo bilancio è deludente, soprattutto se si considera l’importanza e l’enorme beneficio apportato da una CIP funzionante: consente ai pazienti di avere accesso immediato a tutti i documenti medici che li riguardano e li aiuta a prendere decisioni informate sul trattamento insieme al medico curante. Facilita il coordinamento, specie nel trattamento delle malattie croniche e della multimorbilità. Permette inoltre di evitare inutili esami in doppio, di ridurre il sovratrattamento e di risparmiare di conseguenza sui costi. E non da ultimo offre nuove possibilità, per esempio per evitare errori terapeutici e migliorare la qualità delle cure stazionarie e ambulatoriali.
Secondo ACSI, FRC e CH++, la LCIP soffre di un’eccessiva diluizione delle competenze: la Confederazione partecipa poco a livello di governance, mentre i Cantoni hanno tutte le prerogative. Il risultato è una gestione dei costi che non soddisfa tutti i criteri di economicità. La molteplicità degli attori coinvolti (oltre ai Cantoni, le comunità di riferimento, gli identity provider, la Posta, la multinazionale Siemens, i software utilizzati dai medici o dalle strutture sanitarie, le strutture sanitarie ecc.) porta a una gestione non ottimale in caso di problemi.
ARTISET parte dal presupposto che l’attuale sistema, basato su diverse infrastrutture informatiche, causi inefficienze e costi inutili e fa presente che, per gli istituti di cura che forniscono prestazioni a carico dell’AOMS, la gestione della CIP comporta costi considerevoli. Molti degenti in case di cura richiedono assistenza medica e infermieristica su base settimanale o addirittura quotidiana. La registrazione e l’aggiornamento dei dati corrispondenti è di responsabilità del personale delle case di cura e si riflette sui costi (ore di lavoro e acquisto di infrastrutture). In teoria, questi costi di gestione della CIP dovrebbero essere interamente finanziati attraverso il finanziamento delle cure, per cui se il Cantone prendesse sul serio il suo compito di finanziatore del debito residuo, gli istituti di cura non dovrebbero sostenere costi aggiuntivi. Nella pratica, ciò non è però garantito. L’introduzione e l’aggiornamento della CIP non sono dunque costosi solo per le comunità di riferimento, ma anche per i fornitori di prestazioni.
FRC e CH++ ricorda che l’introduzione della CIP poggiava su due assunti principali alla base dell’elaborazione della legge e cioè che:
a. ci fosse un modello aziendale che consentisse l’autofinanziamento delle comunità;
b. i pazienti facessero pressione sui professionisti della salute, in particolare sui medici del settore ambulatoriale, sopperendo al loro non obbligo di partecipazione.
Nessuno dei due assunti si è avverato. La mancanza di incentivi finanziari e le tariffe (in particolare il Tarmed) non hanno permesso la realizzazione del modello aziendale auspicato e il numero di partecipanti, sia pazienti che fornitori di prestazioni ambulatoriali, non è stato sufficiente a raggiungere una dimensione critica. Pochi pazienti hanno aperto una CIP perché pochi operatori sanitari li hanno invitati a farlo. Pochi professionisti della salute si sono mostrati interessati a partecipare perché pochi dei loro pazienti avevano una CIP. E oggi mancano gli incentivi per uscire da questo circolo vizioso. In assenza di tali incentivi, c’è da temere che la presente revisione mantenga sì in vita la CIP (soprattutto le comunità di riferimento), ma senza