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Consultazione 2015/79: Rapporto del Consiglio federale sulla politica di sicurezza della Svizzera · 94 pagine

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Rapporto sulla politica di sicurezza 2016 (progetto) Pagina 13 _____________________________________________________________________________________

Propaggini di Al Qaeda e del cosiddetto «Stato islamico» sono tuttavia presenti anche in altri Paesi della regione. Questi movimenti prosperano nelle zone di crisi sfruttando l’incapacità degli Stati di esercitare il monopolio della forza e di controllare le proprie frontiere. La debolezza delle strutture statali, l’esperienza che le rivolte contro i Governi possono andare a buon fine, come pure la dubbia legittimità delle frontiere tracciate dalle potenze coloniali e il risveglio del senso di identità al di là dei confini nazionali potrebbero mettere fine all’ordine vigente in quest’area.

I contrasti sul programma nucleare iraniano si sono attenuati nel luglio del 2015 con la firma di un accordo completo tra l’Iran, i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU e la Germania. L’accordo prevede una notevole limitazione delle capacità nucleari iraniane e, parallelamente, l’eliminazione delle sanzioni internazionali contro l’Iran. Se venisse effettivamente attuato, potrebbe innescare una nuova dinamica nella regione del Golfo Persico e favorire il ripristino della leadership iraniana, ma comporterebbe anche il rischio di un conflitto tra l’Iran e l’Arabia Saudita, potenze di riferimento rispettivamente di Sciiti e Sunniti. La tensione tra questi due Stati è un fattore chiave in molti conflitti regionali (Iraq, Siria, Yemen).

Nella zona del Sahel le fratture di lunga data si sovrappongono alle cause di conflitto più recenti. Spesso la scarsa partecipazione delle minoranze al potere statale, le disparità sociali e la debolezza delle strutture dello Stato favoriscono tensioni che possono portare a rivolte e colpi di Stato. Clan e corruzione ostacolano lo sviluppo economico, mentre i sempre maggiori problemi ambientali e la crescita demografica acuiscono la povertà, i flussi migratori, la disoccupazione e lo spopolamento delle aree rurali. Vaste regioni sfuggono al controllo statale e gli Stati non sono in grado di garantire la sicurezza della popolazione. Tutto ciò crea una situazione che lascia una grande libertà di azione alla criminalità organizzata per quanto riguarda la tratta di esseri umani, il traffico di droga e di armi, la presa di ostaggi nonché il riciclaggio di denaro e accresce l’attrazione esercitata dai gruppi terroristici sui giovani disoccupati e senza prospettive. Gruppi terroristici come Al Qaeda nel Maghreb islamico, Boko Haram o la propaggine del cosiddetto «Stato islamico» in Libia hanno guadagnato terreno in quest’area e vengono in parte sostenuti finanziariamente da movimenti jihadisti al di fuori della regione. L’instabilità è particolarmente forte nella zona di confine tra la Libia, l’Algeria e il Niger, ma si registra una situazione instabile anche in Mali. Fondamentalmente il Sahel è una regione caratterizzata dall’instabilità, nonostante gli sforzi profusi da singoli Stati, dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale, dall’Unione africana, dalle Nazioni Unite e da altre organizzazioni internazionali.

Stati fragili

Un problema fondamentale per quanto concerne la sicurezza – nell’Africa del Nord e nel Vicino Oriente, ma anche in altre regioni – è rappresentato dalla debolezza delle strutture statali. Ciò significa che determinati Stati – i cosiddetti «Stati fragili» – non sono in grado né di provvedere ai bisogni fondamentali della popolazione né di esercitare le funzioni statali poiché non dispongono di un’organizzazione o di risorse finanziarie sufficienti oppure sono logorati da conflitti interni. Le conseguenze di questa situazione sono una scarsa legittimità della dirigenza politica, l’assenza di uno Stato di diritto e l’indebolimento o l’assenza del monopolio statale della forza, il che determina a sua volta carenze a livello di sicurezza della popolazione e di rispetto dei diritti umani e limita la crescita economica. Negli ultimi anni la fragilità degli Stati è stata ulteriormente acuita dalle nuove tecnologie, dai mutamenti demografici e dal cambiamento climatico.

Spesso il traffico di droga e di armi e la violazione dei diritti umani sono nel contempo causa e conseguenza della fragilità e dei conflitti violenti. Nella maggior parte dei casi, i conflitti armati negli Stati fragili vengono alimentati da economie di guerra che, a loro volta, sono strettamente connesse alla criminalità organizzata, alla corruzione e al terrorismo. Dal 1989 a oggi, in circa due terzi degli Stati fragili si sono verificati conflitti armati. Inoltre, in più del 40 per cento dei