Rapporto esplicativo
Consultazione 2014/173: Proroga della legge federale sulla cooperazione con gli Stati dell'Europa dell'Est · 16 pagine
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istituzioni sostenibili che garantiscano concorrenza, trasparenza, Stato di diritto e un'equa partecipazione della popolazione ai benefici della crescita. I programmi di aiuto dell'Unione europea e di altri donatori, tra i quali la Svizzera, hanno svolto un ruolo ausiliario cruciale, sia sotto il profilo finanziario che dell'assistenza tecnica. Negli anni 1990 e fino al 2008, queste economie sono cresciute a un ritmo sostenuto, paragonabile a quello dei Paesi emergenti. Una volta portata prevalentemente a termine la transizione, l'obiettivo è diventato la convergenza con il livello di vita degli altri membri dell'Unione europea. L’aiuto svizzero alla transizione si è trasformato in contributo all'attenuazione delle disparità economiche e sociali. Tuttavia, dal 2008 al 2010, la crisi finanziaria ed economica mondiale ha colpito in pieno i Paesi ex socialisti e soprattutto il settore bancario. Nei nuovi paesi membri dell'UE, il PIL è diminuito tra il 7 e il 22 percento a seconda dei Paesi. Nel corso degli ultimi due anni, l'economia ha ripreso a crescere, ma a un tasso dimezzato rispetto a quello del periodo precedente alla crisi. Il reddito medio dei 13 Paesi che hanno aderito all'UE più di recente si situa ancora al 70 percento circa della media degli altri Paesi dell'Unione. Le difficoltà economiche e la sottoccupazione hanno innegabilmente eroso il sostegno dell'opinione pubblica alle riforme, il cui ritmo è rallentato. In alcuni casi, si è persino verificata un'inversione di tendenza che ha visto un ruolo più attivo dello Stato negli ingranaggi economici e un rafforzamento dei poteri conferiti all'esecutivo a scapito delle libertà civiche. La sfida principale in questi Paesi è una più equa distribuzione dei benefici della transizione e della crescita per renderla al contempo più efficace e legittima. È inoltre necessario creare o potenziare le istituzioni per garantire il consolidamento degli sforzi compiuti negli ultimi venticinque anni.
I Paesi dell'Europa del Sud-Est che non sono membri dell'UE (Albania, Bosnia ed Erzegovina, Kosovo, Macedonia, Montenegro e Serbia) hanno accumulato un ritardo di almeno un decennio a causa dei devastanti conflitti che hanno lacerato l’ex Jugoslavia dal 1991 al 1999. Le tensioni tra gruppi etnici continuano a pregiudicare la stabilità politica e il funzionamento delle istituzioni in Bosnia e in Macedonia. In Serbia, in seguito agli anni di guerra e al regime di Milosevic la società rimane divisa. Il Kosovo si è accinto a costruire un nuovo Stato, perseguendo così un obiettivo a lungo termine. L’Albania ha subito un grave contraccolpo nel 1997 quando il crollo del sistema bancario ha privato i depositanti dei loro risparmi e scatenato violenti rivolte. Le questioni di buon governo in senso ampio sono quindi una delle principali sfide della regione: consolidamento dello Stato di diritto, gestione delle collettività decentralizzate, diritti delle minoranze, lotta contro la corruzione. La creazione di nuovi posti di lavoro, un fattore cruciale per contenere l'emigrazione, richiede il miglioramento del clima di investimento e della produttività delle imprese, il rafforzamento del sistema finanziario nonché la conquista di nuovi mercati. Il miglioramento dei servizi pubblici è un'altra rivendicazione prioritaria della popolazione. Il processo di avvicinamento all'Unione europea svolge un ruolo trainante nell'adozione e attuazione delle riforme.
I Paesi della Comunità degli Stati indipendenti (CSI) formano un gruppo disparato: vi appartengono sia Paesi ricchi di petrolio e giacimenti di gas (Azerbaigian, Federazione russa, Kazakstan) sia piccole nazioni montuose ed enclavi che accusano ritardi di sviluppo e transizione, come la Repubblica del Kirghizistan e il Tagikistan4. Anche in questa regione permangono numerosi conflitti: la guerra tra Armenia ed Azerbaigian per il Nagorno-Karabakh, la secessione della Transnistria in Moldova, il lungo conflitto interno nel Tagikistan, la secessione, dell'Abcasia e dell'Ossezia del Sud in Georgia e la susseguente occupazione da parte della Russia e, recentemente, l'annessione illegale della Crimea da parte della Federazione russa e il conflitto armato tuttora in corso nel Donbass, la provincia orientale dell’Ucraina. A ciò si aggiungono le tensioni latenti tra gruppi etnici e tra Paesi in Asia centrale riguardo alla ripartizione delle acque, alla definizione delle frontiere e all'accesso alle risorse. Sul fianco sud, la regione è minacciata dall'estremismo islamico e dal traffico di droga di cui l'Afghanistan è il principale fornitore. Ad eccezione del Turkmenistan e dell'Uzbekistan, tutti questi Paesi hanno
4 Nel presente rapporto, il termine «Paesi della CSI» riunisce i seguenti Paesi: in Europa, Bielorussia, Moldova e Ucraina; nel Caucaso, Armenia, Azerbaigian e Georgia; in Asia centrale, il Kazakstan, l’Uzbekistan, la Repubblica del Kirghizistan, il Tagikistan e il Turkmenistan. La Georgia si è ritirata dalla CSI e in seguito all'annessione illegale della Crimea da parte della Russia e del conflitto nel Donbass, l’Ucraina e la Moldova hanno avviato il processo di ritiro dall'organizzazione.