Rapporto esplicativo
Consultazione 2005/30: Disposizioni esecutive della legge sui trapianti · 39 pagine
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sieroconversione da HBeAg ad anti-HBe. Annualmente, nell'1-5 per cento delle persone affette da epatite B cronica avviene un’eliminazione spontanea dell'HBsAg e una sieroconversione anti-HBs (che significa di solito la guarigione dall'epatite cronica). In base alle caratteristiche cliniche è difficile distinguere un'infezione acuta da HBV da un’epatite B cronica riattivata. Mentre in entrambi i casi sono riscontrabili anticorpi anti-HBc IgM, i titoli degli anti-HBc IgM sono sensibilmente più alti nel caso di infezione acuta che non nel caso di infezione HBV cronica riattivata. Per quanto concerne il test dell'epatite B, la legislazione vigente prescrive soltanto la determinazione dell'antigene superficiale (HBsAg). L'HBsAg, riscontrabile tra 30 e 60 giorni dopo l'esposizione, è il più importante marker sierologico dell'infezione da HBV acuta e cronica. La sola prova della presenza di questo antigene basta per assicurare una diagnosi di infezione da HBV. Tuttavia, l'assenza dell'antigene superficiale HBsAg non esclude che l’HBV possa persistere nel corpo (più che altro nel fegato) e ciò potrebbe costituire un rischio di infezione per il ricevente (soprattutto in caso di trapianto di fegato). In seguito al trapianto il virus potrebbe replicarsi a causa dell'immunosoppressione, provocando un'epatite nel ricevente. Svolgendo un ulteriore test degli anticorpi anti-HBc e – limitatamente ai donatori di organi – degli anti-HBs è possibile migliorare la valutazione sierologica del donatore, il che consente di valutare meglio l'infettività e l'implicazione per la donazione. In tal modo il rischio di trasmissione dell'infezione al ricevente può essere ridotto. Con il test degli anticorpi anti-HBc è possibile individuare anche gli individui portatori di HBV che non sono (più) positivi all'HBsAg. Di fatto, circa il 30 per cento delle persone che risultano positive solo all'anti-HBc sono positive all'HBV-DNA e potenzialmente infette. La positività all'anti-HBc può subentrare se gli anticorpi HBsAg non sono più riscontrabili e se gli anticorpi anti-HBs non sono ancora riscontrabili. Come si è detto sopra, il rischio di trasmissione dell'HBV in caso di trapianto di organi, tessuti e cellule esiste ed è già stato osservato in singoli casi di trapianto di reni, cuore e soprattutto fegato. Anche il profilo sierologico HBsAg negativo, anti-HBc ed anti-HBs positivo, che normalmente si considera segno di guarigione e di immunità dopo un'infezione da HBV, non esclude che si manifesti l'HBV (e le relative replicazioni nel ricevente immunosoppresso), soprattutto nel caso del trapianto di fegato. Il donatore che risulta positivo solo all'antigene anti-HBs non presenta probabilmente un rischio di trasmissione (ad esclusione del fegato), poiché non si prevede una replicazione virale attiva.
- Epatite C:
La prevalenza dell'infezione da HCV nei vari paesi europei oscilla tra lo 0,2 e l'1,7 per cento (in Svizzera: 0,7 – 1,0 per cento). La trasmissione avviene analogamente a quella dell'agente patogeno dell'epatite B, ossia in primo luogo tramite il sangue. Di conseguenza, anche le trasfusioni di sangue ed il trapianto di organi, tessuti e cellule presentano un rischio di infezione. La trasmissione tramite i contatti sessuali è possibile, ma è di minore rilievo che non nel caso dell'HBV e dell'HIV. Nella fase acuta la malattia ha per lo più un decorso mite e nell'80 per cento dei casi la persona non si accorge dell'infezione. Nel 75 – 85 per cento delle persone infettate tuttavia si sviluppa un'epatite cronica che nell'1 - 5 per cento dei casi ha conseguenze mortali in seguito alla perdita della funzionalità epatica. Il test dell'epatite C si basa sul riscontro di anticorpi. Nella grande maggioranza delle persone infettate si possono riscontrare gli anticorpi contro l'HCV entro 8 – 12 settimane dopo l'esposizione. Nell'85 per cento circa delle infezioni da HCV gli anticorpi sembrano persistere. La prova del genoma virale tramite un'adeguata tecnica di amplificazione dell'acido nucleico, richiesta nel caso di donazione di tessuti e cellule, consente di accertare l'HCV già tra una e tre settimane dopo l'infezione, vale a dire diverse settimane prima della comparsa di anticorpi. In tal modo, è possibile ridurre notevolmente il rischio di trasmissione dell'HCV.