Rapporto esplicativo

Consultazione 2006/11: Revisione dell' ordinanza dell' Assemblea federale sull' organizzazione dell' esercito (Revisione OEs) · 38 pagine

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nostro Paese può partecipare a simili impieghi soltanto se essi avvengono sulla base di un mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU. L’altra possibilità prevista dalla legge, ossia la partecipazione sulla base di un mandato dell’OSCE, rimane de facto ipotetica.

Unione europea – Politica europea di sicurezza e di difesa (PESD)

Per il ruolo e la rilevanza dell’UE nella politica di sicurezza, è di estrema importanza il fatto che essa possa ricorrere a un’ampia gamma di strumenti civili e militari. Per quanto riguarda gli ultimi anni, occorre considerare soprattutto due sviluppi: l’allargamento dell’Unione e lo sviluppo di proprie capacità militari.

Dopo l’ultimo allargamento del 2004, l’UE comprende 25 Stati membri. Altri candidati attendono di potere aderire (Romania, Bulgaria, Croazia e Turchia). L’allargamento – indipendentemente dalle capacità e dalle ambizioni militari dell’Unione – è in se stesso rilevante per la Svizzera sotto il profilo della politica di sicurezza. Anche se l’UE è diventata almeno temporaneamente più eterogenea, non vi è alcun dubbio che, almeno per il territorio degli Stati membri, sia un fattore fortemente stabilizzante sotto il profilo della politica di sicurezza. Questo fatto è positivo anche per la Svizzera.

Per quanto riguarda lo sviluppo delle capacità militari dell’Unione, occorre menzionare la creazione di pertinenti organi, l’allestimento di cosiddetti «battle groups» e l’assunzione del comando di operazioni di sostegno alla pace.

Ora l’UE dispone di un Comitato politico-militare, di uno Stato maggiore militare, di una Cellula di pianificazione civile-militare per le operazioni a guida UE nonché dell’Agenzia europea per la difesa (per la creazione di sinergie nell’acquisto d’armamenti e per la verifica del raggiungimento degli obiettivi convenuti in materia di capacità). Tuttavia, la novità più significativa è la formulazione di una strategia europea di sicurezza, approvata nel dicembre 2003; essa contiene le direttrici per lo sviluppo della politica di sicurezza europea.

Per potere disporre di opzioni militari reali in caso di crisi, gli Stati dell’Unione hanno deciso l’approntamento di battle groups, ossia di formazioni di fanteria, in gran parte multinazionali, forti di 1500 militari e pronte per l’impiego entro dieci giorni. Entro il 2010 è previsto l’allestimento di 13 di tali battle groups, la cui gamma d’impieghi spazierà dai compiti umanitari agli impieghi di combattimento. Come finora, permangono tuttavia lacune a livello di capacità, e in tali casi l’UE dipende dall’appoggio della NATO. La partecipazione di Stati non membri dell’Unione ai battle groups è di principio possibile: la Norvegia partecipa a uno di essi. La Svizzera non ha alcuna intenzione in tal senso: già soltanto la prontezza necessaria costituisce un motivo di impedimento, senza considerare poi le questioni politiche come quella risultante dal fatto che l’UE eventualmente interverrebbe anche senza mandato del Consiglio di sicurezza dell’ONU.

L’aspetto più evidente dell’evoluzione della politica di sicurezza dell’Unione si manifesta nel fatto che essa ha assunto la direzione di impieghi civili e militari di promovimento della pace in Macedonia, Georgia, Palestina, Congo e, soprattutto, in Bosnia e Erzegovina, nella quale dalla fine del 2004 la European Force a guida UE (Operazione Althea) ha sostituito la SFOR a guida NATO. La Svizzera partecipa alla missione europea con 25 militari e due elicotteri da trasporto Super Puma. In generale, nel quadro della PESD, per gli Stati che non sono membri dell’Unione non vi è alcuna cooperazione istituzionalizzata, come invece è il caso ad esempio nel